Guida per acquistare a domicilio senza problemi

Come riconoscere un Incaricato alle vendite affidabile? A cosa fare attenzione quando si firma un contratto per un acquisto a domicilio? Che cos’è un sistema piramidale e come difendersi? Sono alcuni dei quesiti che spesso i consumatori rivolgono agli sportelli dell’Unione Nazionale Consumatori, in tema di vendite a domicilio e ai quali abbiamo provato a rispondere con la guida “Vendita a domicilio”, realizzata dall’ Unione Nazionale Consumatori in collaborazione con AVEDISCO:

Guida per acquistare a domicilio senza problemi

“Il più grande vantaggio di acquistare a domicilio -afferma il Presidente di Unc Massimiliano Dona– è quello di testare il prodotto comodamente a casa propria senza alcuna fretta e avendo il diritto a cambiare idea, esercitando il recesso, qualora il prodotto non sia del tutto soddisfacente. In questo, sicuramente giocano un ruolo fondamentale gli Incaricati alle vendite che rappresentano, da una parte, il volto dell’azienda che entra tramite loro a casa del cliente e dall’altra diventano il riferimento per chi acquista per qualsiasi tipo di problema. In un momento in cui regna un clima di sfiducia generale e le persone sono sempre più circospette nell’aprire la porta di casa, la professionalità e la trasparenza di chi vende sono ancora più importanti. Per questo diamo ai consumatori gli strumenti per riconoscere la serietà del venditore che hanno davanti e ricordiamo loro quelli che sono i loro diritti: lo facciamo con questa guida e dieci semplici consigli per gli acquisti porta a porta”.

“La Vendita Diretta, è un settore dinamico e in salute che nel corso degli anni ha saputo affrontare la crisi dimostrandosi anticiclico rispetto all’andamento economico nazionale e in linea con i trend di consumo degli italiani – afferma il  Presidente di AVEDISCOGiovanni Paolino -.  I dati relativi al 2017 sono da questo punto di vista significativi con un volume d’affari pari a 2,9 miliardi di euro e un incremento del +2,5% rispetto all’anno precedente. Anche i primi sei mesi del 2018 confermano l’andamento positivo per le 41 Aziende Associate AVEDISCO operanti sul territorio nazionale, che registrano una crescita del +3.4 % in riferimento allo stesso periodo del 2017. Vince una modalità di vendita basata sul contatto diretto tra Incaricati alle Vendite e Consumatore, al passo con l’evoluzione nelle tendenze d’acquisto: la consulenza personalizzata, la continua formazione dei nostri Incaricati, la consegna rapida e comoda a domicilio, la qualità dei prodotti commercializzati sono solo alcuni dei fattori principali del nostro successo”.

Da www.avedisco.it

Emergenza inquinamento, in Italia crescono i tumori infantili

ITALIA, è emergenza inquinamento e cancro. E le due cose sono correlate. La comunità scientifica lo sa da tempo: l’inquinamento di acqua, terra e aria ha ricadute pesanti sul benessere e rappresenta un fattore di rischio acclarato per lo sviluppo di malattie a carico dell’apparato respiratorio e cardiovascolare e, per l’appunto, di malattie oncologiche. Se ne è discusso oggi alla Camera dei Deputati in occasione del convegno “Emergenza cancro – fattori ambientali modificabili e stili di vita non corretti”, organizzato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) in collaborazione con Confassociazioni Ambiente.

• LA PORTATA DEL FENOMENO
I numeri parlano da sé: già nel 2016 il ministero della Salute aveva diffuso una mappa delle aree più contaminate d’Italia, associata al rischio di sviluppare malattie oncologiche: dai dati emergeva un incremento che arrivava fino al 90% in soli 10 anni, in particolare per tumore alla mammella, alla tiroide e mesotelioma, notoriamente legati all’esposizione a diossina, amianto, petrolio, policlorobifenili e mercurio. Ma c’è dell’altro: gli effetti dell’inquinamento colpiscono soprattutto i più piccoli. Uno studio condotto nel 2017 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, dicono ancora gli scienziati al convegno romano, ha evidenziato una maggiore incidenza di tumori nei bambini tra 0 e 14 anni e negli adolescenti tra 15 e 19 anni nell’area europea che comprende Italia, Cipro, Malta, Croazia, Spagna e Portogallo. Il trend è confermato dall’ultimo rapporto Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) dell’Istituto Superiore di Sanità, che senza tanti giri di parole rileva un’“emergenza cancro” tra i più giovani, con un aumento medio del 9% dei tumori maligni infantili (soprattutto linfomi non-Hodgkin, sarcomi e leucemie) in 28 dei 45 siti italiani maggiormente inquinati.

• NON SOLO NELLA TERZA ETÀ  
Per arginare il problema, dicono gli esperti, bisogna agire presto e su più fronti. Anzitutto lasciandosi alle spalle luoghi comuni duri a morire, e rendendosi conto che i tumori infantili non sono purtroppo così rari come vorrremmo: “Generalmente si pensa al cancro come a una malattia della terza età e si sostiene che il trend continuo di incremento di tumori nel corso del XX secolo in tutti i Paesi industrializzati possa essere spiegato mediante la teoria dell’accumulo progressivo di lesioni genetiche stocastiche e il miglioramento continuo delle nostre capacità diagnostiche”, ha detto  Ernesto Burgio, membro dell’European Cancer and Environment Research Institute (Eceri) di Bruxelles. “In genere si afferma che i tumori infantili sono una patologia rara. È opportuno però ricordare come, in termini assoluti, uno su 5-600 nuovi nati si ammalerà di cancro prima del compimento del quindicesimo anno d’età; come, nonostante i significativi miglioramenti prognostici degli ultimi decenni, il cancro rappresenti la prima causa di morte per malattia nei bambini che hanno superato l’anno d’età; come anche in questa fascia d’età, a partire dagli anni 1980-90, si sia assistito a un aumento significativo della patologia tumorale”.

• ATTENTI ALL’INQUINAMENTO
Si può fare molto, però, anche in termini di prevenzione. Perché molti dei fattori di rischio, e specie quelli legati a inquinamento e stili di vita, sono ben noti: “I cittadini si credono talvolta impotenti di fronte a questo tema ma invece sono proprio loro a poter cambiare la situazione con scelte consapevoli, a partire dagli acquisti piccoli o grandi di tutti i giorni. I nostri consumi possono modificare il mercato e nello stesso tempo costringere le aziende produttrici a essere veramente ecosostenibili: pretendiamo, quindi, alimenti, elettrodomestici e prodotti di uso quotidiano che siano scientificamente validati da Enti pubblici”, dichiara Alessandro Miani, Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale e docente di Prevenzione Ambientale del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. “Ci sono poi semplici regole che ognuno di noi può seguire a casa propria per fare prevenzione ambientale – dall’utilizzo di bottiglie d’acqua in vetro anziché in plastica ai piccoli accorgimenti per migliorare la qualità e ridurre lo spreco di acqua potabile – e per evitare i danni causati dall’eccessiva esposizione all’inquinamento indoor e ai campi elettromagnetici. Quello che facciamo oggi avrà ricadute tangibili tra 30 anni: dobbiamo quindi agire subito per consegnare alle future generazioni un ambiente sostenibile”. E ancora: prestare particolare attenzione all’inquinamento da radon, principale fattore di rischio di tumore polmonare dopo il fumo di sigaretta, per cui gli esperti chiedono oggi un piano di monitoraggio capillare su tutto il territorio nazionale.

• BIOMONITORAGGIO, UNO STRUMENTO IN PIÙ
La comunità scientifica ha a disposizione anche un altro strumento per migliorare la prevenzione delle malattie oncologiche e rendere più efficiente, dal punto di vista economico, il sistema sanitario nazionale. Il biomonitoraggio, ossia la raccolta, catalogazione e conservazione di tessuti biologici umani, da mettere poi a disposizione della comunità scientifica per studi retrospettivi ed epidemiologici. Purtroppo, com’è emerso nel corso del convegno, il nostro Paese è ancora un po’ indietro rispetto a Svezia, Finlandia, Francia, Olanda e diversi altri stati europei. A lanciare l’allarme, e chiedere alle istituzioni di mettersi in moto al più presto, è Marialuisa Lavitrano, direttore del Nodo Nazionale della Infrastruttura di Ricerca Europea delle Biobanche e delle Risorse BioMolecolari: “Il biomonitoraggio”, spiega Lavitrano. “rappresenta una grande sfida scientifica e di sanità pubblica, con risvolti significativi per la salute delle popolazioni esposte. L’idea alla base è semplice: raccogliere e analizzare campioni biologici per indagare i possibili danni causati, per esempio, dall’esposizione prolungata agli inquinanti ambientali, o per caratterizzare l’efficacia terapeutica di trattamenti oncologici”.

Non sarebbe neanche così difficile, o costoso: “Basterebbe un euro in più per ogni paziente oncologico, per esempio, per conservare campioni biologici prima, durante e dopo la terapia”, continua Lavitrano. Qualcosa, effettivamente, in Italia si sta muovendo, ma è ancora troppo poco: “Il nostro Paese è stato tra i primi ad avviare un programma di biomonitoraggio, e attualmente abbiamo 90 biobanche su tutto il territorio nazionale. La pratica, però, non è stata portata avanti con sistematicità, e dunque i pochi programmi di biomonitoraggio sono ancora molto frammentati”. Ecco allora la necessità di lanciare un appello alle istituzioni: “Anzitutto”, dice ancora la scienziata, “è necessario avviare programmi sistematici e concertati di biomonitoraggio, affidati a esperti e portati avanti con protocolli condivisi. E poi creare dei centri di raccolta distribuiti su tutto il territorio che consentano un monitoraggio continuo e a tappeto”.

di Sandro Iannaccone da R.it

Detersivi: Unione Europea mette al bando quelli nocivi

Nella vita di ogni giorno possiamo entrare in contatto con molte sostanze chimiche di cui ignoriamo i possibili effetti negativi. Anche i detersivi e i saponi che usiamo quotidianamente potrebbero contenere degli elementi chimici che si rivelano nocivi per l’organismo umano.

In particolare adesso il dito dell’Unione Europea è puntato contro quei prodotti che conterrebbero i cosiddetti EDC, delle sostanze chimiche che interferiscono negativamente con il sistema ormonale. I saponi utilizzati per il corpo e i detergenti usati per pulire la casa, ma anche gli shampoo, gli spray contro le zanzare e detersivi vari potrebbero contenere gli EDC.

È stato provato da numerosi studi scientifici che queste sostanze chimiche possono provocare anche patologie gravi, come per esempio diabete e problemi al sistema cardiovascolare. La Commissione Europea ha ordinato che gli EDC devono essere tolti da tutti i prodotti in commercio all’interno degli Stati membri.

Possiamo entrare in contatto con queste sostanze pericolose senza nemmeno rendercene conto e possiamo così mettere a rischio la nostra salute. Queste sostanze colpiscono l’apparato ormonale e hanno conseguenze sul fegato. Un altro effetto collaterale che deriva da questi prodotti è costituito dalle conseguenze negative per la tiroide. Gli EDC possono causare la pubertà anticipata e agiscono sul metabolismo dei lipidi e del glucosio, favorendo lo sviluppo dell’obesità.

Gli esperti ritengono che ci potrebbero essere altri meccanismi coinvolti, i cui elementi non sono ancora conosciuti. Proprio per questo l’Unione Europea ha fornito un elenco di prodotti da considerare a rischio. Si tratta di disinfettanti, insetticidi, detersivi per la lavatrice e per il bucato a mano, ammorbidenti, smacchiatori e saponi per la pulizia della casa e per la lavastoviglie.

L’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche prenderà in considerazione tutti questi prodotti, in modo da assicurare ai consumatori il commercio in totale sicurezza. Gli EDC più diffusi sono gli ftalati, il bisfenolo A, che fino al 2010 è stato utilizzato anche per produrre biberon, il disinfettante triclosano e i parabeni, che sono molto utilizzati anche in creme e prodotti cosmetici in generale.

Gli esperti dicono che è possibile salvaguardare la nostra salute attraverso delle semplici regole: lavare bene la frutta e la verdura, arieggiare gli ambienti in cui si spruzzano gli insetticidi e leggere bene le etichette.

da Green Style

La pulizia del materasso

ll nostro materasso va pulito periodicamente e regolarmente. Con Gioel diventa facile, veloce e totalmente green.

Acari, allergeni, ma anche muffa e macchie varie. Avete mai pensato che il materasso, il posto dove passiamo circa un terzo della nostra vita, è molto probabilmente un accumulo di roba immonda come intrugli di sudore, sangue, fluidi corporei, sporcizia e pure sostanze chimiche derivanti dai prodotti cosmetici? Saputo ciò, posto che stasera stenterete a prendere sonno, quel che può confortarvi è che ci sono rimedi naturali anche a questo mix esplosivo sul quale dormiamo. Come pulire il materasso regolarmente, rapidamente ed efficacemente con prodotti naturali?

Ebbene, se gli esperti sostengono che il materasso andrebbe sostituito almeno ogni 10 anni, quel che è utile ricordarsi è che in questo arco di tempo il nostro amato giaciglio va pulito periodicamente e regolarmente, almeno per tenere lontani macchie ataviche ed eserciti di insetti millesimali.

Per cui, se non volete prendere per buona, per mille ragioni, la ricerca secondo cui non rifare il letto ogni mattina aiuta a ridurre la presenza di acari della polvere, potreste seguire alcuni consigli per pulire il vostro materasso a suon di bicarbonato, aceto e olio di gomito. Se soffrite di allergie, una buona pulizia andrebbe fatta circa ogni 6 mesi, tenendo a mente che diversi tipi di materassi sono più traspiranti di altri. Per cui già nella scelta del materasso si deve essere oculati.

Ecco come pulire e sanificare il vostro materasso con Gioel

Piante che depurano l’aria di casa e ufficio: le migliori secondo la NASA

Le piante possono svolgere un ruolo molto importante nella purificazione dell’aria dei nostri appartamenti ed uffici. Sulla questione è intervenuta tempo fa anche la Nasa, stilando un elenco di piante utili a filtrare l’aria ed eliminare alcune sostanze nocive.

Verso la fine degli anni ’80, la Nasa cercava modi per depurare l’aria nelle sue stazioni spaziali. Ha per questo finanziato uno studio per capire quali fossero le piante più efficaci per filtrare l’aria dagli agenti tossici e trasformare l’anidride carbonica in ossigeno.

Nel 1989 i risultati ottenuti sono stati pubblicati in uno studio che ha fornito un elenco definitivo delle piante maggiormente efficaci nella pulizia dell’aria interna agli ambienti. Il rapporto ha anche suggerito l’importanza di avere almeno una pianta ogni 100 metri quadrati di casa o ufficio.

Ma quali sono le sostanze pericolose presenti nei nostri ambienti?

  • Trichloretilene: presente negli inchiostri da stampa, vernici, lacche e adesivi. L’esposizione a questa sostanza può portare alla comparsa di sintomi quali eccitazione, vertigini, cefalea, nausea e vomito seguito da sonnolenza e coma.
  • Formaldeide: si trova principalmente nei sacchetti di carta, nella carta cerata, nei tovaglioli di carta, nei pannelli in compensato e nei tessuti sintetici. I sintomi associati all’esposizione a breve termine includono: irritazione del naso, della bocca e della gola e in casi gravi gonfiore della laringe e dei polmoni.
  • Benzene: usato per realizzare materie plastiche, resine, lubrificanti, detergenti e droghe. Si trova nelle sigarette, nella colla e nella cera per i mobili. I sintomi associati all’esposizione a breve termine includono: irritazione agli occhi, sonnolenza, vertigini, cefalea, aumento della frequenza cardiaca, mal di testa, confusione e in alcuni casi possono provocare incoscienza.
  • Xilene: questa sostanza si trova in gomma, cuoio, fumo di tabacco e scarico dei veicoli. I sintomi associati all’esposizione a breve termine includono: irritazione alla bocca e alla gola, vertigini, cefalea, confusione, problemi cardiaci, al fegato, danni renali e coma.
  • Ammoniaca: si trova nei detersivi, cere per il pavimento e fertilizzanti. I sintomi associati all’esposizione a breve termine includono: irritazione oculare, tosse, mal di gola.

Secondo la Nasa le migliori piante che dovremmo tenere in casa e in ufficio sono:

  • 1. Palma da datteri nana
  • 2. Felce di Boston
  • 3. Nephrolepis obliterata
  • 4. Falangio
  • 5. Aglaonema
  • 6. Palma di bambù
  • 7. Fico beniamino
  • 8. Potos
  • 9. Anthurium andraeanum
  • 10. Liriope
  • 11. Rhapis excelsa
  • 12. Gerbera jamesonii
  • 13. Tronchetto della felicità
  • 14. Edera comune
  • 15. Sansevieria trifasciata
  • 16. Dracena marginata
  • 17. Spatafillo
  • 18. Chrysanthemum morifolium

 

di Greenme

Il rischio ‘’biologico’’ per gli operatori dello studio odontoiatrico

Le protezioni e gli esami da effettuare ai pazienti prima di un intervento

A riportare alla ribalta il tema dell’esposizione ai rischi biologici legati alla professione odontoiatrica è stata la recente notizia che i Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti hanno deciso di studiare un gruppo di decessi per fibrosi polmonare idiopatica rilevati in un centro di cura della Virginia, in relazione al dato che tra i 894 pazienti trattati nella struttura, nove erano dentisti o odontotecnici, una percentuale (1%) che secondo i ricercatori risulterebbe “23 volte più alta del previsto”.

Se il dato dovesse essere confermato, c’è da chiedersi quanto sono sicuri per il dentista e il suo team, rispetto a un eventuale rischio biologico, gli studi odontoiatrici? E, se esistono strumenti per tutelare il paziente, quali accorgimenti possono essere messi in campo per proteggere anche il professionista?

Abbiamo girato le domande a Luigi Checchi, professore all’Università di Bologna ed esperto sul tema.  “Per chi opera sul paziente, sia esso odontoiatria o igienista, lo studio odontoiatrico può presentare una serie di rischi biologici, che derivano dal cosiddetto inquinamento indoor. L’utilizzo degli strumenti rotanti ed a ultrasuoni rimuove dal campo operatorio materiale solido, creando un aerosol infetto  e contaminante. La composizione di questo aerosol è diversa a seconda delle caratteristiche microbiologiche della placca batterica del paziente in esame   e della tipologia di intervento che viene effettuato. Laddove, per esempio, si proceda a una limatura del dente, verranno immessi nell’aria frammenti di smalto, metallo, dentina, assieme a batteri, virus e funghi. L’ambiente dello studio inoltre è confinato, utilizza aria condizionata e acqua, che sono ulteriori fonti di inquinamento. Va precisato poi che, se il macro-aerosol decade nelle 24 ore, le microparticelle, il micro-aerosol, rimane nell’ambiente per più di 24 ore, andandosi a sommare a quanto già presente nell’ambiente”.

In questo contesto, “il problema principale per il dentista è l’operare su pazienti dei quali non si conosce né il profilo microbiologico nè quello ematico”. Anche perché “l’anamnesi, per quanto indispensabile, serve in realtà per evitare rischi al paziente, ma non per prevenire quelli per l’operatore”. D’altra parte, “si tratta di una tematica particolarmente complessa in quanto risulta difficile trovare il nesso causale tra eventuale patologia riscontrata dall’operatore e le terapie e il contatto con i pazienti trattati. Il tempo di incubazione di una malattia non è mai breve e a distanza temporale diventa difficile ricostruirne la causa”.

C’è poi un ulteriore elemento: “nella mia Università abbiamo condotto studi sulla capacità filtrante delle mascherine odontoiatriche. In particolare, abbiamo confrontato le maschere chirurgiche, solitamente in uso nei nostri studi, con i dispositivi di protezione individuale. Quello che è emerso è che la mascherina chirurgica protegge, sì, il paziente dal dentista, ma non viceversa. Mentre a garantire sia l’operatore che il paziente sono solo i dispositivi di protezione individuale, che tuttavia non vengono utilizzati di frequente in studio perché la maggior parte degli odontoiatri è convinta che la protezione delle mascherine chirurgiche sia sufficiente”. Da notare inoltre che quello che veniva dichiarato come capacità filtrante dalle case produttrici non veniva confermato nel nostro studio.

Quali consigli allora per il dentista?  

“Prima di qualsiasi procedura, è necessario abbassare la carica microbica della bocca del paziente , utilizzando antisettici, con sciacqui di clorexidina o gel.  È necessario inoltre utilizzare sempre le protezioni individuali: il camice, il cappello, lo schermo e privilegiare i dispositivi di protezione individuale rispetto alle mascherine chirurgiche.  E’ poi buona norma, prima di effettuare un intervento chirurgico, richiedere al paziente un profilo ematico e microbiologico. Non bisogna pensare che questa richiesta venga giudicata negativamente dal paziente, anzi reputo che al contrario possa essere apprezzata  e valutata positivamente”.

di Francesca Giani

Stachybotrys cartharum: la muffa nera e la “sindrome dell’edificio malato”

Stachybotrys chartarum è una muffa localizzata soprattutto in materiali da costruzione ricchi di cellulosa all’interno di edifici umidi o danneggiati dall’acqua. Fu descritta per la prima volta nel 1837 dal micologo August Carl Joseph Corda, dopo essere stata isolata dalla carta da parati in una casa a Praga. Fa parte dei Deuteromiceti, ordine Monilia, famiglia Dematiaceae, ed appartiene al gruppo dei funghi imperfetti. Questo fungo sporula abbondantemente formando masse scure di conidi caratterizzate da un colore nero luccicante (Fig. 1). Le spore sono diffuse in ambiente outdoor sulle piante e nel terreno, mentre in ambiente indoor sono presenti in quelle zone dove si riscontrano macchie di umidità ed infiltrazioni d’acqua nelle pareti. Anche la loro rimozione con lo spazzolamento può facilitarne la dispersione in atmosfera. Il fungo può sopravvivere al periodo invernale e le sue spore possono rimanere vitali anche per dieci anni.

Negli Stati Uniti è nota come “muffa nera” o “muffa tossica nera” in grado di produrre la Satratossina-H, una micotossina nociva sia per gli esseri umani che per gli animali, responsabile di una malattia conosciuta con il nome di stachybotrotossicosi.

La Satratossina-H è estremamente versatile. L’ingestione, l’inalazione o qualsiasi altro tipo di contatto genera sintomi quali:

  • Rash cutaneo e dermatite
  • Epistassi
  • Dolore toracico
  • Emorragia polmonare
  • Ipertermia
  • Mal di testa
  • Affaticamento

In ogni caso, se consumata in grandi quantità, può essere letale. Questa tossina ha scarso effetto sulla pelle nuda, tuttavia, su superfici sensibili (occhi, interno della bocca o del naso), può provocare irritazione o causare un rash cutaneo.

Fig.1 S. cartharum e i caratteristici conidi neri

Nel corso degli anni si è registrato un numero crescente di segnalazioni di pazienti con disturbi molteplici associati all’ambiente. Si è così definita una nuova sindrome, denominata Sick building syndrome (SBS) ovvero Sindrome dell’edificio malato, descritta come una situazione in cui gli occupanti di un edificio manifestano fenomeni che appaiono correlati al tempo trascorso all’interno di un edificio.

Nel 1984 la World Health Organization scrisse che all’incirca il 30% dei nuovi edifici al mondo presentava problemi di qualità dell’aria interna. Il quadro sintomatologico ben definito si manifestava infatti in un elevato numero di occupanti gli edifici moderni o recentemente rinnovati, dotati di impianti di ventilazione meccanica e di condizionamento d’aria globale (senza immissione di aria fresca dall’esterno). L’eziologia della SBS è di tipo multifattoriale, essendo numerose le cause di inquinamentoindoor (Fig. 2). Tra queste ultime vi è sicuramente la muffa S. chartarum.

Fig.2 Principali cause dell’inquinamento indoor

Le micotossine che crescono al chiuso all’interno degli edifici possono creare un vero e proprio aerosol di microparticelle respirabile dagli occupanti dell’ambiente.

Nel 1986 si verificò un episodio di tossicosi in una casa a Chicago. Nel giro di cinque anni l’intera famiglia lamentò frequenti mal di testa, mal di gola, raffreddori recidivanti, diarrea, astenia, dermatite e malessere generale. Un campionamento ambientale nella casa rivelò la presenza di spore dello S. chartharum. Il fungo cresceva infatti in un condotto dell’aria e sopra le travi di legno del soffitto. La casa presentava problemi d’infiltrazioni d’acqua perciò l’umidità aveva favorito notevolmente la crescita del fungo. Una volta rimosso il fungo, tutti i sintomi scomparvero.

Successivamente, nel 1993, vi fu un’epidemia di emosiderosi che colpì alcuni bambini nel Cleveland, in Ohio. A causa dei gravi disturbi respiratori fu necessario il ricovero immediato in unità di terapia intensiva. Campionamenti nelle abitazioni dei pazienti permisero di determinare elevati livelli di funghi ed in particolare la presenza di S. chartarum.

In conclusione, la muffa nera può essere estremamente pericolosa, quindi è fondamentale gestire il problema il più rapidamente possibile al fine di evitare conseguenze dannose sulla salute.

 

Laura Oriunno

L’ammorbidente è nocivo per la salute

L’ammorbidente è tra i prodotti più tossici in ambito domestico e risulta nocivo per l’uomo nel lungo termine. 

Un carico tossico a basso dosaggio ripetuto nel tempo può generare conseguenze estremamente nocive per la salute, lo ha ribadito Peter Ohnsorge, presidente dell’Accademia Europea di Medicina Ambientale. Questo accade con l’ammorbidente, essendo composto da sostanze che assorbite quotidianamente attraverso gli indumenti sono tossiche, possono causare tumori e danni cerebrali. Inoltre sono molto inquinanti per il pianeta dove abitiamo.

Ecco perché NON usare l’ammorbidente:

  • L’ammorbidente costa parecchio, anche se lo si acquista nei discount;
  • L’ammorbidente è molto inquinante e poco biodegradabile, quindi l’impatto ambientale è altissimo;
  • L’ammorbidente tende a creare una patina sugli indumenti che rende poi difficile l’eliminazione dello sporco vero e proprio e così ci tocca anche aumentare la quantità di detersivo e quindi più inquinamento e costo;
  • La patina che resta sugli indumenti viene ogni santo giorno a contatto con la nostra pelle e quella più delicata dei bambini, trasferendo al nostro organismo le sostanze di cui è composto (per legge non tutti devono essere elencati nella lista ingredienti): Hardened TEA, Isopropyl Alcohol, Tallow Alcohol, Laureth-20, Butylphenyl Methylpropional, Hexyl Cinnamal, Coumarin, formaldeide, fosfati, pentano, benzil acetato, coloranti artificiali, derivati del petrolio e quasi tutti di origine sintetica che risultano altamente inquinanti per l’ambiente e nocivi per la salute dell’uomo.

Gli ammorbidenti sono formulati per persistere nei vestiti per lungo periodo, di modo che questi componenti sono assorbiti dalla pelle a poco a poco e rilasciati lentamente nell’aria venendo anche gradualmente inalati.

Stendere ad asciugare in casa i vestiti lavati con l’ammorbidente inquina pesantemente l’aria di casa e può causare nel tempo sempre più gravi disturbi. Poiché le malattie croniche ed autoimmuni e il cancro hanno una causa ambientale, la progressiva intossicazione giornaliera domestica è la prima cosa che dobbiamo eliminare dalle nostre vite se vogliamo mantenere la salute.

L’80 – 90 % dei casi di cancro sono determinati dall’ambiente e quindi teoricamente evitabili

Dr. Robert Sharpe, Royal Postgraduate Medical School of London

Gli effetti possono essere: 

  • asma
  • mal di testa
  • dermatite
  • orticaria
  • irritazione delle mucose
  • reazioni allergiche
  • dolori muscolari
  • difficoltà digestive
  • modificazioni imprevedibili a livello psicofisico

La tolleranza verso gli allergeni che compongono l’ammorbidente è differente per ognuno di noi, così come imprevedibili possono essere le reazioni: la popolazione ipersensibile, di cui una percentuale importante bambini, è in costante aumento.

Inoltre gli effetti cui faccio riferimento sono stati studiati per le sostanze singole, nessuno sa quale sia l’effetto di più sostanze tossiche assieme. Chi finanzierebbe lo studio?

di Maria Costanzo

Pannelli fotovoltaici puliti e più efficienti!

Come ampiamente dimostrato i pannelli solari necessitano sin dal primo anno d’installazione di una pulizia metodica e periodica, in quanto sui pannelli si depositano polveri, pollini, escrementi di volatili, terra portata da venti e piogge, che comportano un graduale abbassamento della recettività dei pannelli.

Un impianto solare sporco rende meno e può arrivare a perdere dal  15% al 20% di produzione che, in termini di mancata energia immessa in rete, comporta una perdita di denaro nel Conto Energia non da poco. La pulizia è sempre necessaria durante  tutto l’anno perchè le piogge, che puliscono naturalmente i pannelli, non sono sufficienti.

Per evitare ogni perdita di rendimento e garantirsi un funzionamento perfetto, bisogna pulire i vetri dei pannelli fotovoltaici con un sistema che sia anche rispettoso dell’ambiente, evitando l’uso di detergenti inquinanti. E’ consigliabile eseguire la pulizia almeno due volte all’anno, per mantenere efficiente l’impianto e per verificare la qualità della pulitura effettuata basterà verificare l’aumento di energia prodotta dai pannelli e monitorarla.

I moduli dei pannelli sono piuttosto delicati per cui non va assolutamente usata l’idropulitrice che, sparando acqua a 150 bar di pressione, rischia di danneggiare i moduli infiltrandosi sotto il vetro.

Con il sistema Gioel è possibile pulire i pannelli utilizzando solo acqua del rubinetto e riportandoli alla massima efficienza

Ecoidee per risparmiare CO2 e denaro!

Chi l’avrebbe mai detto che risparmiare CO2 ci avrebbe fatto anche risparmiare dei soldi??
Il fatto è che non è facile rendersi conto di quanta CO2 produciamo con le nostre abitudini casalinghe e non sempre è facile abbandonarle.

Meno detersivi e meno spreco: si può!

I detergenti e detersivi che normalmente acquistiamo al supermercato sono composti prevalentemente di acqua e contengono meno del 5% di principio attivo!! Questo significa che per 1 Litro di detersivo puro  acquistiamo e portiamo a casa oltre 20 litri di acqua. Hai mai pensato a quanto costa imbottigliare e trasportare tutta quest’”acqua” fino al supermercato e poi a casa tua? Uno spreco assurdo!
Meno plastica: si può!
Ogni anno una famiglia media composta di 4 persone consuma circa 20Kg di plastica derivante da imballaggi per detersivi e shopper per il loro trasporto. A questo valore va aggiunto il valore in taniche o grandi contenitori in plastica utilizzati per il trasporto dei prodotti primari ai grossi distributori: grossomodo la stessa quantità. In pratica ogni famiglia “consuma” circa 40Kg di plastica solo per confezionare e trasportare  detersivi estremamente diluiti e a volte poco efficaci

Meno CO2: si può!

Per la produzione di 1 Kg di plastica si calcoli che, a vario titolo, vengono immessi nell’Ambiente circa 2,53 Kg di CO2.
Ciò significa che una famiglia risparmierebbe in 1 anno circa 100 Kg di CO2 con notevoli vantaggi per l’Ambiente e la qualità della vita di tutti noi.

Più risparmio: si può!

Ora pensate a quanti soldi si risparmierebbero in detersivi, detergenti e “copri-odori” per la casa se fosse possibile farne a meno completamente: una spesa media di oltre 70 euro al mese per famiglia.
A conti fatti un bel vantaggio!! Risparmiare CO2, tanti soldi e tanta fatica e allo stesso tempo mantenere casa pulita con metodi assolutamente efficaci e anche ecologici.Con le ecoidee e la tecnologia di Gioel si può!